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Falconeria.org - Il Portale Italiano sulla Falconeria > Blog > Articoli di informazione > Il Falco pellegrino e il DDT
Articoli di informazione

Il Falco pellegrino e il DDT

Federico Lavanche
Pubblicato: Dic 17, 2012 15:12
By
Federico Lavanche
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uova falco pellegrino rotte

DATI STORICI E RECENTI

testaritagliataIl Pellegrino (Falco peregrinus) è una specie a distribuzione cosmopolita. Le massime densità si rinvengono in Spagna, Gran Bretagna, isole del Mare di Bering e in alcune zone dell’Australia. Storicamente ha sempre dimostrato grande stabilità demografica. Nelle Isole Britanniche, di cui si dispone ampia documentazione, la popolazione nidificante si è mantenuta attorno alle 800 coppie dai tempi della Regina Elisabetta I alla Seconda Guerra Mondiale. Alcuni siti sono rimasti addirittura occupati per l’intero periodo.

Prima del 1940 era presente in Nord America con una popolazione minima di 7000 coppie per la maggior parte localizzate in Alaska e Canada settentrionale e in Europa con circa 8000, con le popolazioni più rappresentative in Scandinavia, Spagna, Gran Bretagna e Francia. Nell’immediato secondo dopoguerra iniziò un sensibile declino e all’inizio degli anni ’70, momento del minimo storico, furono stimate soltanto alcune centinaia di coppie in Nord America e meno di un migliaio in Europa. La situazione per le restanti parti dell’areale non è ben documentata.

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Attualmente la popolazione mondiale è complessivamente in aumento. Alla fine degli anni ’80 era già presente in Nord America con 1200 coppie e in Europa con oltre 4000. Mentre in alcuni Paesi ha ormai completamente recuperato o addirittura superato i livelli pre-bellici (Gran Bretagna e Svizzera), in altre aree la ripresa è considerevolmente più lenta (Nord Europa).

Cause del declino. All’inizio degli anni ’60, in Europa e Nord America ebbero inizio specifiche ricerche per il controllo dei siti storici di Pellegrino. Ovunque risultò evidente un rilevante declino delle popolazioni indagate. Nella parte orientale degli Stati Uniti, dove nidificavano oltre 300 coppie prima del 1940, non fu trovato un solo nido attivo. I risultati portarono alla conclusione che la specie si era praticamente estinta al di sotto della fascia della foresta boreale ad est del Mississippi. In Europa, la popolazione fenno-scandinava passò da oltre 2000 coppie prima del 1950 a poche decina di coppie nel 1975. Altre popolazioni scomparvero completamente, come quella di oltre 500 coppie nidificante su albero che andava dalla Germania agli Stati Baltici. Per alcuni anni ci si domandò che cosa potesse aver causato un simile collasso su vasta area.

Nel tempo divenne sempre più evidente che i pesticidi organoclorici erano stati la causa del crollo delle popolazioni alla scala globale. Il DDT cominciò ad essere utilizzato come insetticida nel 1945 e diventò in pochi anni la sostanza maggiormente impiegata a tale scopo nel mondo. La scelta derivò dal suo ampio spettro d’azione. Agendo sia contro gli insetti responsabili delle patologie vegetali, sia contro quelli dannosi alla salute umana, trovò largo impiego oltre che come fitofarmaco in campo agricolo, anche come mezzo per combattere particolari malattie veicolate da insetti come la malaria. Inoltre, poiché sostanza chimicamente stabile, i suoi effetti risultarono sorprendentemente persistenti nel tempo. All’inizio, tutto questo si dimostrò apparentemente vantaggioso.

Studi successivi dimostrarono che il DDT sparso nell’ambiente stazionava per lungo tempo sulla vegetazione e veniva ingerito dai consumatori primari con la biomassa vegetale. In quanto sostanza liposolubile (non solubile nell’acqua), non veniva escreto, ma progressivamente accumulato. Alimentandosi di uccelli contaminati, il Pellegrino andò velocemente incontro al fenomeno del bioaccumulo. I danni maggiori cominciarono così a manifestarsi non tanto nelle specie dei livelli trofici inferiori nei cui tessuti difficilmente si potevano raggiungere quantità tossiche, ma piuttosto nei predatori, per assunzione progressiva di quantità concentrate.

Si scoprì che la concentrazione di DDT nei tessuti del Pellegrino poteva causare la morte diretta dell’animale per avvelenamento acuto se presente al di sopra di una certa
soglia, oppure il danneggiamento dell’apparato riproduttivo nelle femmine. In questo caso, o veniva del tutto impedita la deposizione, o venivano deposte uova con guscio di spessore inferiore alla norma per carenza di calcio, tali da fratturarsi durante l’incubazione. Fu scoperto anche che le popolazioni dell’Alaska e del Canada settentrionale assumevano i pesticidi durante il periodo dello svernamento in America Latina, dimostrando che il DDT poteva essere facilmente veicolato lungo la catena alimentare da un emisfero all’altro.

Mentre in Nord America il DDT fu la sostanza ritenuta maggiormente responsabile dei danni all’ecosistema, in Europa l’Aldrin e il Dieldrin vennero considerati addirittura più tossici. Tali insetticidi, introdotti a metà degli anni ‘50 e utilizzati soprattutto per disinfestare le sementi, si resero responsabili di un gran numero di decessi per avvelenamento diretto. Infatti, poco dopo il loro utilizzo furono notati sensibili decrementi in molte popolazioni di rapaci, mentre l’applicazione di norme più restrittive dopo circa un decennio, segnò la ripresa di quasi tutte le specie fino a quel momento compromesse, in particolare Pellegrino e Sparviere (Accipiter nisus).

Oggi il Pellegrino è considerato la specie-chiave di ogni habitat. Trovandosi al vertice della piramide alimentare costituisce il punto focale del passaggio dell’energia attraverso la comunità, dimostrandosi per questo particolarmente sensibile alle variazioni delle componenti inorganiche e biotiche dell’intero ecosistema.

La fase di recupero. All’inizio degli anni ’70, il futuro del Pellegrino sembrava segnato. Nonostante il DDT fosse già stato bandito in Canada, negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi industrializzati d’Europa, l’ambiente era rimasto comunque contaminato e le popolazioni di Pellegrino avevano raggiunto valori di densità estremamente bassi. Inoltre, una buona parte degli individui sopravissuti risultava completamente sterile.

Verso la fine del decennio qualcosa cominciò a cambiare. Nel 1977, in Nord America, un Pellegrino rilasciato si accoppiò e si riprodusse con successo. Da allora ad oggi in America settentrionale sono stati reintrodotti circa 4000 Pellegrini, 600 solamente nella provincia dell’Ontario, in Canada. Un numero considerevolmente più basso fu rilasciato anche in alcune grandi città della Germania e negli anni, un po’ ovunque, alcuni individui iniziarono a riprodursi aiutando localmente le popolazioni superstiti ad uscire dalla crisi. Nella parte orientale degli Stati Uniti è risaputo che tutti i Pellegrini oggi nidificanti derivano da individui provenienti dalla cattività. Nel 1981, la popolazione della Gran Bretagna aveva già quasi raggiunto i livelli storici.

IL PELLEGRINO E L’UOMO
peregrine-falconL’uomo è interessato al Pellegrino da circa 3000 anni. Testimonianze storiche dimostrano che la specie era tenuta in alta considerazione in molte culture antiche. In Europa, l’interesse verso il Pellegrino divenne prioritario in epoca medievale con il diffondersi della pratica della falconeria. La specie era considerata in quel periodo uno status-symbol e veniva utilizzata solamente dalle classi nobili. L’inversione di tendenza si verificò circa un paio di secoli fa, quando tutti i rapaci iniziarono ad essere sistematicamente perseguitati.

L’abbattimento diretto è stata certamente una delle principali cause della rarefazione dei rapaci. Dal 1700 in Europa e Nord America iniziò la persecuzione deliberata di tutti i predatori indistintamente con lo scopo prioritario di salvaguardare gli stock di selvaggina. A metà del 1800 l’attività si fece più sistematica e specie ampiamente distribuite come l’Aquila di mare (Haliaëtus albicilla) e il Falco pescatore (Pandion haliaëtus) erano già state eliminate dalle Isole Britanniche nel periodo precedente la Prima Guerra Mondiale. Ancora alla fine degli anni ’60, in Unione Sovietica, venivano uccisi 120000 rapaci ogni anno.

Negli ultimi vent’anni il quadro giuridico è sostanzialmente
cambiato e i rapaci godano ora piena protezione legale nella maggior parte degli stati del mondo. Nonostante tutto, così come ribadito nella III Conferenza Mondiale sugli Uccelli da Preda (Eilat, 1987), gli abbattimenti illegali avvengono ancora con una certa frequenza in Francia e in tutti i paesi dell’Europa mediterranea, Italia compresa. Il giusto consenso potrà essere raggiunto solamente attraverso opportune campagne di informazione indirizzate verso le categorie sociali più coinvolte.

Un altro fattore limitante, in particolare in Europa e Asia, è stata l’incessante richiesta di spoglie e uova per tassidermia e collezionismo, soprattutto nei confronti delle specie più rare. Significativo è l’aneddoto riferito a William Dunbar, famoso collezionista di uova dei primi del 900, che per alcuni anni saccheggiò ripetutamente uno degli ultimi nidi di Falco pescatore scalando di notte le mura del vecchio castello in rovina sul Loch an Eilen nello Speyside, in Scozia.

Il nostro impegno nel mondo moderno.

E’ da circa vent’anni che l’uomo sta aiutando il Pellegrino. Il monitoraggio delle sue popolazioni, lo studio degli effetti dei pesticidi sugli individui, l’allevamento in cattività e la reintroduzione, l’adozione di un quadro legislativo internazionale, rappresentano gli sforzi congiunti di un’unica strategia di conservazione. E’ ammissibile che qualcuno si chieda se tutto questo abbia un senso, considerando che il tasso di estinzione globale sembra essere attualmente di 27000 specie/anno, molte delle quali perdute ancora prima di essere scoperte! Verrebbe da dire che la pulsione sia soprattutto emozionale o estetica. Se anche fosse, il vero problema è un altro.

Il vero problema è che siamo quasi 6 miliardi nel mondo. A partire da 10000 anni fa, momento in cui non esistevano più di 5 milioni di esseri umani, con l’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento, l’Homo sapiens si è svincolato con successo dagli ecosistemi locali sottraendosi ai fattori di controllo che regolano la dimensione delle popolazioni di tutte le altre specie sulla Terra. Ha dimostrato le massime capacità di adattamento trasformando consapevolmente l’ambiente in un substrato idoneo a se stesso. Tutto questo grazie ad una strategia di sopravvivenza impostata sulla trasmissione di cultura.

Gli ecosistemi locali sono comunque sistemi aperti, singole componenti integrate di un sistema globale dove il riciclo della materia e il trasferimento dell’energia dipendono da leggi fisiche e biologiche sperimentate dall’evoluzione da più di 3 miliardi di anni. Queste sono le regole della natura alle quali neppure l’uomo può sfuggire. Si sta così pensando ad una pianificazione dei beni e dei servizi improntata sul concetto di sviluppo sostenibile.

Ma cosa vuole dire sviluppo sostenibile? Se un cittadino medio di una nazione economicamente evoluta inserito in una struttura consumistica e produttiva, in termini di impatto ecologico, costa trenta volte di più di un abitante del Bangladesh o di un qualsiasi altro paese del Terzo Mondo, allora sviluppo sostenibile significa commisurato sfruttamento delle risorse biologiche, rinnovabili e limitate, in un contesto sociale di controllo delle nascite ed equa distribuzione della qualità della vita. Questo è l’obiettivo che dovrebbe prefiggersi l’uomo moderno, in un momento in cui il suo futuro non è affatto prevedibile.

A fronte dell’incertezza del futuro, pensare alla conservazione del falco Pellegrino sembra persino ridicolo. Se il Pellegrino potesse però servire come stimolo per una pausa di riflessione (come già accadde nel caso del DDT), per l’accettazione di un modello di vita con meno sprechi ed eccessi, per la rinuncia intenzionale al profitto esclusivo, per un qualche sacrificio in più a vantaggio di un benessere collettivo, allora lo sforzo di voler salvare un falco a tutti i costi non sarebbe stato vano… Noi vogliamo credere che sia così!

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