LA DIFFICILE QUESTIONE DELL’ADDESTRAMENTO ALL’ITALIANA

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falcosangueI social network ormai fagocitano innumerevoli sfumature di addestramenti più o meno discutibili.

Gli ultimi libri sulla Falconeria fanno sfoggio di tecniche addestrative soft. Si inneggia al (validissimo) condizionamento operante, ma guai a parlare di punizione (contemplata benissimo in questa pratica). Si ostentano addestramenti in cui parlare di fame è blasfemia e il digiuno diventa una diabolica pratica medievale, alla stregua della “cigliatura”. Dal metodo Coppaloni ad oggi si sono fatti passi da gigante, ma molti si sono fatti nel verso opposto.

In diversi confronti con giovani falconieri italiani, la sensazione trapelata è che sia l’addestramento in sè la gratificazione stessa dei propri sforzi.
Come se una volta riusciti ad addestrare il falco, il lavoro sia finito e si possa ricominciare ad addestrarne un altro. L’addestramento va considerato come l’inizio del percorso che porterà all’obiettivo finale: la caccia perfetta.

La sensazione che in maggior misura trapela dai vari post di FB è per lo più quella dell’emotiva collaborazione tra falco e falconiere; emozioni introspettive, più legate ad una filosofia di mera interazione con l’animale che di avvincente collaborazione venatoria.
Purtroppo queste considerazioni, sovente, nascono dall’uso dei rapaci negli spettacoli o nel bird controll, dando l’impressione che il lavoro fatto ed il risultato raggiunto siano ottimale in quanto apprezzabili in tali manifestazioni.
La Falconeria è qualcosa che ha a che fare col sangue e per quanto si possa narrare tutta la fantastica poesia che volete, il finale non è il falco che torna al pugno o al logoro. Se non siete pronti per questo, forse la Falconeria non è la pratica che cercavate.
Sacro giovane, addestramento.
È difficile parlare di falchi superiori e falchi inferiori perché non è “umanamente” accettabile come discorso; eppure tutta la storia dell’evoluzione si basa su queste differenze. In natura una nidiata non è una produzione di stampi identici, ma di un gruppo di neonati destinati a morire quasi tutti, tranne qualcuno che in natura diventa il primo della classe… una classe superiore insomma. È facile per chi ha speso molto tempo della propria vita a cacciare coi falconi, accorgersi di queste differenze; ed è normale sperare di ottenere ad ogni acquisto, il miglior falco della nidiata. Credo che prima di criticare questi aspetti bisognerebbe chiedersi quanti dei falchi che avete addestrato, avete portato realmente a caccia.

Quello che mi sento di trasmettere a chi si avvicina alla Falconeria è di non umanizzare questi animali e di non applicare le leggi degli uomini ad animali così differenti da noi. Questo servirà anche a spingere gli allevatori a riprodurre solo i veri campioni cercando di ottenere pulli che mantengano gli aspetti positivi dei genitori.

In ultimo, la mia speranza è che un giorno, anche in uno Stato controverso come l’Italia, venga consentita la cattura dei falconi ad uso riproduttivo, in modo da mantenere nelle specie riprodotte in futuro, un grado genetico superiore.

Matteo D’Errico

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