Trattato sulla falconeria De Arte Venandi cum avibus

1
2333

f De arte venandi cum avibus deluxe facsimile edition

Anna Laura Trombetti Budriesi, curatrice dell’edizione italiana: “L’estetica del volo prevale in assoluto”
FEDERICO__IIChi per primo ha addestrato un rapace per la caccia? Furono i cinesi o i mongoli? E quando? Quattro mila anni fa o ancora prima? A queste domande gli storici provano a dare una risposta. Ma le teorie sono sempre differenti.
La cosa più verosimile è che le tecniche di addestramento di falchi e aquile a fini venatori, siano state inventate indipendentemente in più luoghi
diversi in periodi differenti. La professoressa Anna Laura Trombetti Budriesi, ha curato l’edizione italiana del “De Arte venandi cum avibus, l’arte di cacciare con gli uccelli” scritto da Federico II di Svevia nella prima meta del XIII secolo. “Le tracce della falconeria spiega la professoressa Trombetti Budriesi risalgono a due millenni avanti Cristo. La falconeria si sviluppa in Asia e viene portata poi in Europa e nella penisola arabica. Inizialmente consisteva nell’utilizzo del rapace esclusivamente per la caccia”. Il testo, adottato nelle scuole di falconeria, è ancora oggi il manuale più completo su quest’arte. “Più di quanto Federico non scrisse chiarisce la curatrice dell’edizione italiana dell’opera non si può dire sull’addomesticamento dei falconi e sulle loro caratteristiche”. La falconeria affonda le radici nella preistoria e attraversa i continenti. Dall’Asia all’Africa, fino in Europa e in America. Fra le rovine della città di Khorsabad, in Mesopotamia, è stato trovato un basso rilievo raffigurante un falconiere. Risale al regno del Re Assiro Sargon, vissuto intorno al 750 avanti Cristo. “Il passaggio dall’uso del rapace a fini f De arte venandi cum avibus editio Manfredi Bibliotheca Vaticanavenatori alla simbologia di qualcosa che attiene all’alto, si ha con le popolazioni germaniche continua la professoressa le élite dei Germani erano contraddistinte da alcuni caratteri prevalenti: il portare sul pugno il falco e l’avere dei bei cani”.Ma è nel Medioevo che la falconeria ha la sua massima espressione .“Nei secoli bui il falco diventa il simbolo dell’essere un guerriero vincente in combattimento: viene perciò associato a una classe militare ricorda la curatrice del “De Arti” – nel famoso arazzo di Bayeux una parte dei Normanni che vanno a conquistare l’Inghilterra è raffigurata proprio con il falco sul pugno: in questo modo si voleva esaltare la nobiltà dei partecipanti alla guerra”. Fra l’appartenenza sociale e la pratica della falconeria c’è sempre stato un forte legame. “E’ un modo non economico di cacciare conferma Trombetti Budriesi – il rapace per natura caccia una o due volte al giorno, ha bisogno di un lungo addestramento e può perdersi molto facilmente. La falconeria non è in sé un modo di cacciare produttivo”. falconiere medioevaleIl “De arte venandi cum avibus”, è un trattato monumentale in sei libri, incompiuto. “Federico morì prima di portarlo a termine – spiega la professoressa – il trattato fu curato dopo la sua morte da due dei suoi figli: Manfredi e Enzo. Manfredi fece miniare una parte del trattato di cui oggi restano soltanto i primi due libri, conservati nel manoscritto Vaticano, sulla descrizione delle caratteristiche fisiologiche e comportamentali di rapaci e prede. Enzo, figlio illegittimo di Federico, fece tradurre il trattato di suo padre dal latino al francese. La sua opera, che si trova a Bologna, è il manuale che viene adottatooggi nelle scuole di falconeria”. “Federico II scrive il trattato durante un periodo di almeno trent’anni spiega Trombetti Budriesi durante il quale fa venire da ogni parte del mondo i migliori falconieri: dall’Oriente dove aveva conosciuto quest’arte durante le Crociate e dall’Europa. Con loro si esercitava nella pratica e ascoltava i loro consigli”. È un’arte complessa e lo stesso Federico II scriveva che “per il falconiere, ogni cosa deve nascere dall’amore che egli porterà alla sua arte”.
“I nobili, dice Federico, debbono prima studiare la teoria e poi cimentarsi nella pratica – ricorda la professoressa Trombetti Budriesi perché quest’arte non è un ars meccanica ma è un ars liberale, è una vera scienza e deve quindi essere in equilibrio tra teoria e pratica”.
falconiereMa la falconeria non è solo caccia: “A Federico la cosa che interessa di più non è cacciare spiega la professoressa ma è guardare i bei voli degli uccelli. L’estetica del volo prevale in modo assoluto”. Nel XV secolo la falconeria guadagnò importanza in tutta Europa e diventò una delle materie di studio per la formazione dei regnanti e della nobiltà. I falchi stessi erano un segno di distinzione e, a seconda della specie, venivano riservati a persone di rango adeguato. “L’azione di caccia con il rapace spiega la curatrice del “De Arti venadi cum avibus” si svolge in pochi secondi: si lancia il falco, poi si fa alzare la preda e il falco scende e uccide la preda. Un azione che è frutto di una preparazioni di mesi. La brevità dell’azione venatoria somiglia molto all’attività con cui un sovrano a capo di un impero deve fare quando assume delle decisioni. Per questo il lavorare con il falco è per Federico lo specchio della sua azione politica. Si va a caccia con il falcone per mettere alla prova la propria capacità intellettuale di governare attraverso la forza, la persuasione, la capacità di conoscenza”. Ogni rapace nella visione di Federico II era il simbolo di una classe sociale. “L’imperatore è simboleggiato dall’aquila e il falco è il nobile spiega Trombetti Budriesi il grande guerriero del medioevo, il nobile, ha le stesse caratteristiche del falco: l’essere veloce, rapido, indomito, difficile da prendere. Per questo la falconeria è lo specchio della nobiltà: il falco addomesticato è come il nobile addomesticato”. Nell’Inghilterra del 1400, per possedere un girfalco bisognava essere re, per avere un pellegrino almeno conte, per un falco sacro cavaliere e per un falco lanario signore. Donne, giovani, preti e servi non potevano andare, rispettivamente, oltre lo smeriglio, il lodolaio, lo sparviero e il gheppio. Ma se i moderni falconieri dovessero seguire alla lettera gli insegnamenti
di questo stratega del medioevo allora quest’arte potrebbe essere praticata soltanto da chi ha sangue blu. “Il fascino di quest’arte oggi conclude la professoressa sta nel legame che si instaura con i rapaci, la dedizione totale, il grosso impegno. Le persone sono affascinate dalla vittoria che hanno sull’animale che riescono a domare: è una grande vittoria della mente, una sfida intellettuale che già Federico aveva compreso”.

falconi

1 COMMENTO

Rispondi