L’uomo che sussurra ai falchi per spaventare i piccioni

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Enrico Parigi: «Io domatore di rapaci pulisco il cielo di Milano»

enrico_parigi2Ha provato a fare di tutto, il giardiniere, il meccanico, piccoli lavoretti nella moda, sempre con un’unica passione, i rapaci. Un amore nato a 11 anni quando a Pantelleria catturò un gheppio ferito. Non sapeva che quell’uccello avrebbe condizionato tutta la sua vita. Oggi Enrico Parigi, toscano di nascita e milanese di adozione, laureato in scienze naturali, è un falconiere. Di rapaci ne ha più di trenta, che alleva con una dedizione assoluta nelle campagne del Lodigiano, dove si è trasferito un anno e mezzo fa per farli volare in libertà — «perché un falco non si tiene su un trespolo come un pappagallo» — lasciandosi alle spalle, senza rimpianti, 35 anni di vita metropolitana. E loro lo ricambiano con la stessa lealtà, permettendogli di trasformare la sua passione in una professione. Parigi con i suoi falchi viene chiamato sempre più spesso a «ripulire» le piste degli aeroporti e alcune zone della città infestate da piccioni e gabbiani, come i magazzini dell’Amsa e la Fiera, che gli ha fatto un contratto annuale. E il Comune considera il falconiere con la faccia da bambino come un possibile alleato per risolvere il problema dell’aumento indiscriminato dei piccioni attraverso il ripristino dei naturali predatori, falchi e allocchi, oggi quasi spariti dalle città. Una soluzione fra l’altro caldeggiata dall’etologo Danilo Mainardi. Parigi ha le idee chiare al proposito. «Si tratta dell’hacking, pratica sperimentata in America: si fanno nascere i falchi in cattività e si portano in cima a una torre o a un campanile, creandogli un nido artificiale dal quale inizieranno le loro esplorazioni per trasformarsi, nel giro di tre anni, in efficienti cacciatori e rapaci selvatici». A patto che siano rimasti incappucciati, per evitare l’imprinting. «I miei falchi invece mi vedono come uno di loro, mi seguono come le oche di Lorenz ne L’anello di Re Salomone. Qualche volta me li ritrovo in auto» dice indicando le quattro sagome ritte su un posatoio. Sembrano innocui, ma basta fissare l’occhio altero per capire che si è sotto l’osservazione di uno dei più temuti predatori del regno animale. Una piccola macchina da guerra capace però di strane effusioni con l’umano che lo prende in cura. Allarga le ali Sacco, grande più o meno come un polletto, 750 grammi circa, nato in Inghilterra da un incrocio tra un falco pellegrino e un falco sacro. Lì di fronte, il falco Vanzetti piega la testa. Parigi lo accarezza. «Domani, andiamo in città a lavorare», gli sussurra. Intanto si va a volare. Il rapace si gira per farsi attaccare i «geti» in cuoio con il microtrasmettitore che serve non a richiamarlo (basta un fischio) ma a localizzarlo nel caso decidesse di inseguire qualche anatra. «L’altra settimana è partito e si è fatto ritrovare la mattina dopo sul trespolo con l’aria mesta». Il guantone è indispensabile per non farsi martoriare il braccio sinistro quando il rapace vi si appollaia. Parigi lo solleva e parte il volo: la salita a razzo poi la planata, senza un colpo d’ala, in cerca di riposo prima della picchiata a 300 all’ora a stoccare la preda. In questo caso si tratta del «logoro», cioè il premio in carne che l’addestratore gli concede sempre dopo un esercizio ben eseguito. «Il falco può tirar giù un gabbiamo con un solo tocco di sterno, ma non è la caccia a interessarmi», dice riferendosi alla rinascita dell’antica arte venatoria amata da Federico II. I miei falchi sono addestrati per spaventare, non per uccidere. Cerco però di vivere secondo i dettami del re: “ogni giornata senza falconeria è giornata persa”. Il mio sogno? Far conoscere a tutti la meraviglia di questo artista aereo, continuando a coltivare l’impegno ecologico, legato alla cura e alla riproduzione dei rapaci che rischiano l’estinzione, un lavoro che ho già iniziato con il Wwf di Vanzago». Maria Teresa Veneziani

www.corriere.it


Postato 2006-04-30, 16:22:42 da admin

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