L’Astore – T.H. White

0
460
NUOVO! - Cibo BARF Disidratato per cani. NON è una crocchetta ma un cibo per cani Sano e Naturale
Non ci sono ancora voti, pensaci Tu!

Lascia il tuo giudizio

libro-astoreL’astore

Traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti

2016, pp. 201 , 1 fotografia b/n nel controfrontespizio, 15 illustrazioni b/n nel testo
isbn: 9788845931208
Temi: Letteratura inglese

€ 18,00 -15% € 15,30
T.H. White
RISVOLTO

Libro di chiaro stampo e fattura adelphiane, stuzzica il senso estetico educato nelle sere novecentesche del lettore moderatamente antimodernista e compiaciuto della propria antisocialità. Mi sono fatto l’autoscatto.

Del falco di passaggio si diceva che era come il cavallo da corsa rispetto al cavallo da sella. Selvatico, sano, penne lucenti, aspetto nobile: l’opposto del pullo dall’aria trasandata che, essendo stato preso dal nido, s’è trovato a dipendere dalle cure maldestre di un essere umano per la sua dieta e la sua pulizia. Niente penne rotte né piumaggio scarmigliato, e nemmeno un apprendimento inetto e disordinato. La natura l’ha educato a una perfetta compostezza e sensibilità; il becco ricurvo e la fulminea presa degli artigli gli hanno insegnato a essere un gentiluomo per istinto, un epicureo, un aristocratico sicuro di sé: tutte cose che grazie alla civiltà noi abbiamo cessato d’imparare. Determinato, incredibilmente perspicace senza meschine diffidenze, esuberante, integro nella mente e nel corpo: tale era la creatura contro la cui personalità dovevo adesso mobilitare le mie umane risorse d’ingegno.

T.H. White (Terence Hanbury), inglese, medievalista e scrittore di miti bardici, pubblica L’astore nel 1951 e non è facile per me cercare di comprendere il contesto nel quale un libro come questo viene concepito. Forse White percepisce l’avvicinarsi di un crinale della storia e si volge indietro, conscio di appartenere al tempo che verrà dimenticato? O forse al contrario si accomoda tra i cuscini del conformismo degli anni ’50 e rievoca una storia della tradizione? Probabilmente né l’uno né l’altro, diciamo che non lo so e rientriamo in questo questionabile 2017.

L’astore è senz’altro una nostalgia. Di un passato, di un’epoca, di certi valori e certa estetica, di un certo equilibrio tra gesti e forme, di pesi che erano disposti a favore di un’aristocrazia se non altro esistenziale, se non proprio intellettuale o di nascita.
Però non è solo una nostalgia, che altrimenti sarebbe una gran noia, mentre invece affascina, conquista e rende taciturni.
Appare come una testimonianza. Leggendolo viene da dare tutto per vero, letteralmente, come fosse un diario, mentre non lo è. È un’opera letteraria e il filtro dell’autore è forte.
Eppure tutto sembra così naturale, come fosse normale addestrare un astore, il più ostico e selvaggio dei falchi a basso volo.

S’impara presto la differenza tra falchi a basso volo e falchi ad alto volo (detti anche falconi), i primi addestrati dagli astorieri (ma non sono solo gli astori), i secondi dai falconieri. S’impara anche a distinguere la diversa forma dell’ala dei due tipi di falco, così che dalla immagine di copertina saprete riconoscere l’ala di un falcone da quella di un astore (s’impara anche ad apostrofare la i, per simbiosi adelphiana).
Ci si stupisce della lunga e complicata e faticosissima procedura per riuscire, quando va bene, a domare l’istinto selvaggio dell’uccello e farne un compagno di caccia.
Ci si trova quindi, bizzarramente, a leggere un compendio di un trattato di falconeria, che è ciò che si proponeva di scrivere la voce narrante, quella dello stesso autore.

Allo stesso tempo, però, quello che si vede scorrere, le frasi, i pensieri, il racconto degli eventi, è tutt’altro genere di testo. È la rappresentazione solitaria di un distacco dalle cose comuni, un dialogo con un interlocutore non umano, e per questo preferito. Ed è anche una ricerca artistica, oltre che esistenziale, perché il falco non rappresenta semplicemente l’elemento ferino, la natura primordiale non compromessa dalla civiltà, il falco rappresenta la tradizione più nobile della civiltà, che si allunga fino alla notte dei tempi, fino a Babilonia e ai falconieri assiri, la falconeria racconta una parte della storia dell’uomo nel suo difficile rapporto col mondo e con se stesso. Non a caso la falconeria talvolta viene definita uno sport, ma più spesso è riconosciuta come arte: l’arte della falconeria, con tutto il suo portato di mistero, apparato simbolico, tradizione, tecnica e l’immersione profonda in un rapporto ossessivo e simbiotico tra sé e il falco. Falco mai visto come semplice animale da addomesticare, da rendere servo, ma al contrario, nel rapporto tra falco e falconiere è il primo a dominare sul secondo. Una creatura di nobiltà assoluta, ma anche un mostro intrattabile, irascibile, imprevedibile, sanguinario.

Da un poscritto:

Legarsi a un falco significa non potersi permettere sciatterie e smancerie. Nessun falco può essere un animale da compagnia; il sentimentalismo è escluso. In un certo senso è l’arte dello psichiatra. Si mette in giuoco la propria mente contro un’altra mente con il massimo dell’impegno e tensione intellettuale. Non c’è nessun desiderio di transfer affettivi, nessuna richiesta di disonorevoli atti d’omaggio o di riconoscenza. È un tonico per la meno schietta ferinità del cuore umano.

Uno di quei libri che si ricorderanno con un sorriso lieve e silenzioso.

fonte: 2000battute.wordpress.com

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here