Gli spettacolari falchi dell’accademia dell’alto volo

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alduinoSuono di corni inglesi in sottofondo. E poi cavalli, cani, rapaci e falconieri in costume. Un vero tuffo nel passato quello che vi presentiamo nel videoservizio della Dea. Il contesto è quello di Monteriggioni, e ad esibirsi, in un rigido pomeriggio dicembre, l’Accademia dei cavalieri Alto Volo. Capitanati dal principe Alduino Ventimiglia, discendente di Federico II, l’imperatore autore del trattato di falconeria, i cavalieri si sono esibiti in uno spettacolo in cui sono stati coinvolti falchi, aquile e gufi reali. Il pubblico, affascinato dalle evoluzioni dei rapaci è rimato per oltre mezzora con il naso all’insù, a guardare simulazioni di caccia e volo libero. Uno spettacolo coinvolgente, che ha permesso di vedere da vicino l’arte della falconeria, le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

“Noi sappiamo che almeno ha 5000 anni. – spiega Ventimiglia parlando della falconeria – Nasce si suppone nell’Asia centrale poi ha pervaso quasi tutte le popolazioni del mondo, quindi in un certo modo è arrivata”.

“Specialmente nell’area del Mediterraneo è stata cambiata la sua fase originaria che era quella del basso volo, quindi fatta con accipitridi, poi nel periodo medievale, l’incontro tra arabi e cristiani l’ha cambiata. -racconta il falconiere – C’è stato un grande signore che si chiamava Federico II di Svevia, l’imperatore del Sacro Romano Impero, che ebbe modo di conoscere gli arabi e di praticarla con loro, e di capire molte cose che lui già sapeva perché aveva già imparato dai falconieri normanni, ma siccome era uno scienziato, uno dei promotori delle scienze moderne, diceva di guardare e di cercare la verità nelle cose e di assumere le cose per quello che sono, non per quello che appaiono, quindi studiare a fondo la faccenda, e capì che questi animali non bisognava solo farli partire dal pugno e andare direttamente sulle prede come facevano in quel periodo, ma si trattava di rispettare i loro canoni, cioè che i falconi vanno in alto volo”.

Oggi essere falconieri significa invece “continuare sulla stessa etica. E quindi vedere il mondo in un certo modo, perché essere falconieri significa essere anche un po’ filosofi e concepire il mondo e l’uomo in un certo rapporto: animali, natura e uomo che cooperano assieme, in cui l’uomo non è separato dalla natura, ma è parte della natura”. È con questa mentalità che nasce l’Accademia dei Cavalieri dell’Alto Volo “per il volere di un manipolo di senatori di Roma nei lontani anni ‘80. In quel periodo si discuteva la legge sulla caccia, si decideva se ammettere la falconeria o no – che è poi il sistema meno deleterio di tutti, cioè quello che fa meno morti – perché non c’era quasi nessuno che la praticava in Italia. Mi chiesero di fare una dimostrazione per i senatori di caccia con il falco a cavallo. I senatori dissero che l’avrebbero inserita nella legge, che però avrei dovuto farla vedere a tutti, e di lì è partita l’Accademia. Un modo per diffondere, per far capire che questa armonia tra uomo e animali selvatici bisogna farla continuare. Non è solo tra l’uomo e il cane, l’uomo e il cavallo: qui è l’uomo e gli animali selvatici, l’uomo e la caccia, ma il prelievo venatorio è ridicolo, qui è solo una scusa. Perché pensate che in una giornata di caccia con i falconi veri in alto volo se si riesce a prendere una preda vera è un gran successo”

Fondamentale il rapporto con il rapace, che deve essere di amicizia: “Anzi, -sottolinea Ventimiglia – generalmente credo che loro ci sfruttino cacciando. E’ un predatore come l’uomo, quindi ci si intende in questo senso, ma si tratta di un rapporto che non va al di là dell’amicizia. Se qualcosa va storto, il falco va per conto suo e il falconiere dall’altra parte. I falchi non sono dipendenti dal falconiere, quindi non si possono commettere errori, questa è un’arte dove non è ammesso assolutamente l’errore. L’errore significa la perdita del falco”.

 

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