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QUI DUBAI, E' ITALIANO L'UOMO CHE CURA I FALCHI
DEL SULTANO

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Un italiano tra gli emiri 2 - Il Dr. Antonio Di
Somma dirige il Dubai Falcon Hospital |
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di Roberto
Riccardi tratto da
www.quitalia.it |
Il
falco vola alto in cerca della preda da catturare con un
colpo di artiglio, mentre il suo falconiere lo attende
trepidante.
Potrebbe
essere una scena tratta dal basso medio evo italiano,
mentre invece è un momento quotidiano della vita
sportiva di Dubai. Qui la caccia con il falco ha più
tifosi e appassionati della nazionale di calcio e tra
loro c’è l’intera famiglia reale. Una passione vera e
sanguigna, condivisa dallo Sceicco H.H. Hamdan Bin
Rashid Al Maktoum a tal punto da fargli aprire un
ospedale pubblico gratuito per i rapaci: il Dubai Falcon
Hospital.
E’ un efficiente nosocomio dotato delle più moderne
attrezzature che tra le molte perle ne annovera una
veramente speciale per noi di Qui Italia: il direttore
sanitario.
E’
il Dottor Antonio Di Somma quarantasettenne veterinario
di Napoli che, lasciata la clinica di proprietà, ha
affrontato una avventura che definire inusuale è poco.
“Ho trovato questo lavoro su internet, in una mailing
list per falconieri e mi sono subito lanciato. – come un
falco ci verrebbe da dire – Ho deciso senza
tentennamenti e pensare che il giorno della mia partenza
è coinciso con quello dell’attacco americano
all’Afghanistan. Ora sono pienamente soddisfatto della
mia scelta, mi trovo bene e i rapporti sono ottimi”.
Lo incontriamo nell’ospedale mentre sta visitando un
falco insieme ad un altro veterinario italiano
specializzando, la Dottoressa Garlinzoni.
La
pulizia e le dotazioni mediche farebbero invidia a più
di qualche struttura italiana dedicata agli esseri
umani. In ambienti dove l’aria è perennemente
condizionata a temperatura stabile, una dietro l’altra
si susseguono, infatti, una sala operatoria, una di
radiologia, tre di terapia intensiva, dodici di degenza
(di cui quattro in sabbia e otto con superficie solida)
e una per la muta. Senza dimenticare, poi, il gabinetto
di microbiologia molecolare, un intero reparto di
quarantena e le tante grandi gabbie d’accoglienza
all’aperto, dove la sabbia viene cambiata una volta
l’anno. Ma non basta, sta per essere realizzata una
speciale camera di muta all’aperto, la prima al mondo
dotata di vetri che facciano passare la luce ma non il
caldo, con aria condizionata regolata da sensori
termici; il tutto per un solo falco.
“L’importante
sono le performance del falco, per assurdo la cura delle
malattie va in secondo piano – ci dice sorridendo Di
Somma – è come avere a che fare con dei centometristi,
le cui prestazioni vengono misurate con il cronometro.
Molte volte la cosa più difficile non è comprendere i
problemi del rapace ma fare accettare al falconiere
professionista che l’addestramento è sbagliato. Per
dialogare con loro abbiamo imparato delle parole arabe,
ma abbiamo il traduttore per le “situazioni difficili”.
Già, perché se il falconiere parla, magari in arabo, il
rapace invece sta zitto e allora come si fa a
comprendere le eventuali magagne? “ In primis c’è
l’esperienza (il famoso occhio clinico ndr) qui
effettuiamo visite a circa 780 falchi l’anno a queste
poi vanno sommate quelle di controllo, che vengono
svolte ogni 10 giorni durante la stagione di caccia
(settembre/gennaio). Poi ci sono le analisi cliniche.
Molte
sono le endoscopie per diagnosi di aspergillosi (un
fungo pericoloso che porta alla morte il volatile),
quelle per la chlamidiosi (malattia provocata da un
batterio delle vie respiratorie); non mancano inoltre le
indagini parassitarie nell’intestino e quelle funginee.
Per finire, c’è il controllo del peso, della pianta dei
piedi e ovviamente delle piume. Il checkup completo
prevede l’analisi del sangue e le lastre toraciche”.
Altro
che sistema sanitario italiano, viene da pensare. Non
sempre, comunque, bisogna scoprire patologie occulte,
alcune volte vanno affrontati anche casi d’urgenza. “Di
interventi chirurgici ne facevo molti di più in Italia,
per fortuna. Spesso mi trovo a risolvere problemi d’ala
e in questo caso procedo alla sostituzione”.
Sostituzione? “Se un’ala si rompe ne innestiamo una
nuova, conservata da una muta precedente. E’ come un
trapianto di capelli, dura due ore e richiede una
anestesia gassosa. E’ un lavoro che svolge con
competenza il mio tecnico di chirurgia Hamed, che opera
con l’ausilio di altri tre tecnici aggiunti”.
Premesso che un falco può costare da 120 mila lire fino
ad oltre 70 milioni e che una volta lanciato può
accadere che nel tornare sbagli falconiere, come si fa a
riconoscerlo? “La tecnologia ci aiuta molto, ogni falco
ha un microchip impiantato nel petto con una iniezione
che lo rende distinguibile al passaggio di una
apparecchiatura di rilevazione”.
In
breve, si tratta di una specie di ferro da stiro dotato
di un led alfanumerico capace di legge i numeri di serie
trasmessi dal microchip, che poi vanno confrontati con
quelli di una banca dati mondiale.
Il Dottor Antonio di Somma non solo è un affermato
professionista, ma è anche un appassionato falconiere al
quale carpire i segreti di questo antico sport.
“Precisiamo: è un’arte che ha radici millenarie,
praticata da 2000 anni prima di Cristo. Una pietra
miliare in proposito è il libro di Federico Secondo di
Svevia “De arte venandi cum avibus”. Il falco per prima
cosa deve essere ammansito e poi abituato alla presenza
del falconiere, non lo si addomestica e non è possibile
insegnargli la “dominanza” del capo branco. E’ un
animale solitario, si basa tutto sullo stimolo della
fame e con lui l’unica leva è il mangiare. Al falco
vanno fatte piccole cortesie, gli va dato un boccone
minuto e poi gli va tolta la preda. Ma attenzione, il
rapace deve sempre rimanere “selvatico”, poiché se
avviene l’imprinting può divenire molto pericoloso
perché, in questo caso, perde il rispetto riconoscendo
l’uomo come un simile e non mantenendo la distanza di
sicurezza”.
Insomma non è semplice addestralo, l’unica cosa da fare
ci sembra mettergli il cappuccio sulla testa per tenerlo
tranquillo, un piccolo trucco che funziona dato che è un
rapace diurno. Ma anche questa “semplice” operazione ci
appare assai difficoltosa. Non resta che osservare la
padronanza dello staff del Dottor Di Somma nel
maneggiare i volatili; un lavoro che fluisce tranquillo
ma che, curiosamente, viene improvvisamente interrotto
dall’arrivo di tre criceti e di un cagnolino. C’è un po’
di eccitazione, tutti si avvicinano e scrutano con
curiosità i nuovi arrivati; il primario sorride e ci
dice: “E’ sempre così, qui gli animali domestici non
sono diffusi e quando ci vengono portati in ospedale
avviene lo stesso che in Italia accadrebbe all’arrivo di
un coccodrillo in astanteria. Ma non c’è problema nel
curarli.” Che dire? Paese che vai, usanze che trovi.